L’indice dei prezzi PCE è salito leggermente a dicembre, ma i mercati restano in preda alle speranze di tagli dei tassi

Le spese per consumi personali (PCE) sono aumentate dello 0.2% a dicembre, rispetto al -0.1% del mese precedente, mentre il dato annuo è rimasto invariato al 2.6%. I prezzi alimentari sono aumentati dello 0.1% e quelli dell’energia dello 0.3%, ha dichiarato venerdì il Bureau of Economic Analysis (BEA). La media delle previsioni degli economisti intervistati da Reuters ha centrato esattamente le stime dell’inflazione headline mensile e annuale. Nel frattempo, il PCE core, che esclude i prezzi alimentari e dell’energia, è aumentato dello 0.2% rispetto allo 0.1% mensile, mentre su base annua è avanzato del 2.9%, rispetto al 3.2% di novembre: l’aumento più contenuto da marzo 2021.

Il periodo peggiore dell’inflazione degli ultimi quattro decenni è alle spalle, ma gli esperti di mercato ritengono che potrebbero volerci alcuni anni prima che i prezzi tornino ai livelli pre-pandemia. Nel frattempo, la Federal Reserve ha portato bruscamente i tassi d’interesse ai massimi da diversi decenni, tra il 5.25% e il 5.50%, per contenere l’inflazione. Sebbene ciò non abbia impedito all’economia di crescere, gli analisti ritengono che i costi elevati dei finanziamenti finiranno presto per frenare la crescita.

Secondo gli esperti di Wall Street, la risalita dell’inflazione non impedirà ai funzionari della Federal Reserve di lasciare invariati i tassi d’interesse ai livelli attuali, mentre definiscono il futuro orientamento della politica monetaria. I responsabili della politica monetaria si riuniranno il 30 e 31 gennaio per la prima riunione del FOMC del 2024; i mercati si aspettano in larga maggioranza che i tassi restino invariati.

I punti salienti del rapporto sull’indice PCE

A dicembre il reddito personale è aumentato dello 0.3%, ovvero di $60.0 miliardi su base mensile, mentre il reddito personale disponibile (DPI), che si ottiene sottraendo le imposte dal reddito personale, è cresciuto dello 0.3%, ovvero di $51.8 miliardi. Le spese personali, che comprendono la somma delle spese per consumi personali (PCE), degli interessi pagati a titolo personale e dei trasferimenti correnti personali, sono aumentate dello 0.7%, ovvero di $134.7 miliardi; anche la spesa dei consumatori è salita dello 0.7%, ovvero di $133.9 miliardi. Nel frattempo, a dicembre il risparmio personale è stato pari a $766.7 miliardi, con un tasso di risparmio personale del 3.7%.

I consumatori hanno speso sia in servizi sia in beni. Tra i servizi, i contributi più significativi all’aumento sono arrivati dai servizi finanziari, dalle assicurazioni, dall’assistenza sanitaria e dai servizi ricreativi. Tra i beni, i contributi maggiori sono stati quelli di autoveicoli e componenti, altri beni non durevoli, benzina e altri prodotti energetici.

Il commento degli economisti al rapporto di dicembre sull’indice PCE

Jeff Klingelhofer di Thornburg Investment Management ritiene che, a questo punto, l’aumento dell’inflazione non dovrebbe preoccupare troppo i mercati, poiché i funzionari della Fed hanno sottolineato che, anche se l’inflazione scende e i tassi d’interesse non cambiano, la politica monetaria diventa più restrittiva.

Joseph Brusuelas, capo economista di RSM, ha affermato che l’indicatore d’inflazione preferito dalla Fed suggerisce che l’inflazione potrebbe raggiungere a breve l’obiettivo del 2.0% della banca centrale, creando le condizioni perché i responsabili della politica monetaria avviino una svolta pluriennale che porti i tassi d’interesse in un intervallo compreso tra il 2.5% e il 3.0%. Il tasso d’interesse di riferimento della Fed è attualmente compreso tra il 5.25% e il 5.50%.

Gus Faucher, economista di PNC Financial Services, ritiene che il ritmo del rallentamento dell’inflazione determinerà l’eventualità di una recessione. Se l’inflazione scendesse al 2% entro lo stesso periodo del prossimo anno, sarebbe il risultato di una contrazione economica. Se invece la crescita economica rallentasse senza arrestarsi, l’inflazione potrebbe scendere al livello obiettivo della Fed entro la fine dell’anno o all’inizio del 2025.

La reazione dei mercati alla notizia sulle spese per consumi personali

I mercati azionari statunitensi hanno chiuso in ordine sparso venerdì, dopo che i principali indici azionari hanno toccato nuovi massimi storici più volte nel corso della settimana. L’S&P 500 e il Nasdaq 100 sono scesi dai massimi record, mentre il Dow Jones Industrial Average ha chiuso in lieve rialzo, con gli investitori che hanno incassato i profitti in vista della riunione del FOMC e del rapporto sulla disoccupazione di questa settimana. Nonostante il ripiegamento, i tre principali indici hanno chiuso in rialzo per la terza settimana consecutiva, registrando dodici settimane positive su tredici.

L’S&P 500 ha chiuso ai massimi record in cinque delle ultime sei sedute, soprattutto grazie al settore tecnologico: titoli come Nvidia (NVDA), Broadcom (AVGO), Advanced Micro Devices (AMD), Microsoft (MSFT) e Apple (AAPL) hanno registrato solidi rialzi, mentre l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale (AI) spingeva il mercato nel suo complesso verso nuovi massimi storici. Tuttavia, gli altri dieci settori dell’indice azionario di riferimento scambiano a circa il 15% al di sotto dei rispettivi massimi storici. Ciò preoccupa gli investitori, poiché alcuni dei titoli di maggiore peso che trainano il mercato nel suo complesso potrebbero essere vulnerabili a una flessione in caso di difficoltà.

I rendimenti dei Treasury statunitensi hanno perlopiù chiuso in rialzo venerdì, recuperando dai minimi della sessione mattutina, dopo che il rapporto di dicembre sulle spese per consumi personali ha rafforzato le aspettative degli investitori che l’economia statunitense riuscirà a realizzare un atterraggio morbido. Tuttavia, il calo dei rendimenti è durato poco, tra le preoccupazioni per l’aumento del debito pubblico sui mercati e per la necessità che la Federal Reserve riduca il proprio bilancio.

Il rendimento dei Treasury Note a 2 anni è salito di 5.6 punti base, chiudendo al 4.355%; quello dei TNote a 10 anni è aumentato di 2.1 punti base, al 4.141%; mentre il rendimento dei Tbond a 30 anni è sceso di un punto base, al 4.271%. Nel frattempo, la curva dei rendimenti tra i TNote a 2 anni e a 10 anni, indicatore anticipatore dell’inflazione, è rimasta invertita di 21.4 punti base.

Questa settimana il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti metterà all’asta un nuovo lotto di titoli di debito, mentre il governo si prepara a soddisfare il fabbisogno di spesa del prossimo trimestre, in un contesto di elevati esborsi per la previdenza sociale e per gli interessi.

Secondo Kim Rupert di Action Economics, le emissioni di titoli del Tesoro hanno già raggiunto dimensioni record, con alcune cedole su livelli record. Con l’offerta superiore alla domanda, mercoledì scorso i titoli quinquennali sono stati venduti con rendimenti del 4.055% o superiori, poiché gli investitori chiedevano premi più elevati per assumersi ulteriore debito.

La valuta statunitense è scesa venerdì rispetto alle altre valute nell’indice del dollaro (DXY), dopo che a dicembre l’indice dei prezzi PCE è aumentato moderatamente, alimentando le speranze di un taglio dei tassi più avanti quest’anno. L’indice, che misura l’andamento del dollaro statunitense rispetto a un paniere di sei valute dei paesi sviluppati, è sceso dello 0.14% a 103.433, in una seduta dai volumi contenuti, mentre gli investitori attendevano l’esito della riunione del FOMC di mercoledì e i dati sulle buste paga non agricole verso la fine della settimana.

Le coppie EURUSD e GBPUSD spot hanno chiuso pressoché invariate, rispettivamente a 1.0853 e 1.2703, mentre il biglietto verde è salito dello 0.33%, attestandosi a 148.14 contro lo yen giapponese.

Secondo Jonathan Peterson, economista di Capital Economics, nonostante i solidi dati economici statunitensi, le pressioni disinflazionistiche hanno limitato il rialzo del dollaro statunitense. In questo contesto, le prospettive di un rafforzamento del biglietto verde restano fosche per i prossimi trimestri.

Analisi tecnica

Futures sul greggio WTI con scadenza a marzo (CLH24)

Venerdì i futures sul greggio sono saliti per il terzo giorno consecutivo, chiudendo a $78.01 al barile, il livello di chiusura più alto dal 14 novembre. Il forte aumento dei prezzi del petrolio è dovuto a diversi fattori, dal clima economico positivo negli Stati Uniti agli stimoli cinesi, entrambi elementi che dovrebbero sostenere la domanda, mentre le crescenti tensioni in Medio Oriente dovrebbero perturbare l’offerta.

Il greggio WTI è in una tendenza primaria ribassista, ma la scorsa settimana i prezzi hanno superato una resistenza cruciale e i massimi di dicembre a $76.18, segnalando una possibile prosecuzione del rialzo nel breve termine. I prezzi potrebbero ora salire fino alla successiva resistenza a $79.50-$80.00 e spingersi poi verso l’area $86.00-$90.00. Al ribasso, il supporto immediato si trova a $76.00, seguito da $72.00.

Strategia di trading:

È possibile aprire posizioni long sul greggio a tre livelli.

Primo- Aprire posizioni long se i prezzi chiudono sopra $80.00 o superano $81.50. Impostare uno stop loss a $79.00 e uscire quando i prezzi si avvicinano a $86.00.

Secondo- Aprire posizioni long se i prezzi scendono a $76.00 al barile, con uno stop loss a $75.00 e un obiettivo di profitto a $79.00.

Terzo- È possibile aprire posizioni long anche se i prezzi del petrolio scendono a $72.00. Impostare uno stop loss a $71.00 e uscire nell’area $76.00-$79.00.

Assicurarsi di inserire ordini stop trailing sulle proprie operazioni.

Futures sul greggio WTI con scadenza a marzo (CLH24) - grafico giornaliero

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EURUSD spot

Venerdì l’euro ha chiuso pressoché invariato a 1.0853 contro il dollaro statunitense, interrompendo il calo del giorno precedente, dopo che la Banca centrale europea ha lasciato invariati i tassi d’interesse nella sua prima riunione di politica monetaria del 2024 e l’economia statunitense è cresciuta del 3.3% nell’ultimo trimestre del 2023.

Nelle ultime settimane la coppia ha oscillato in una fascia ristretta con una tendenza al ribasso, e probabilmente continuerà a farlo nel breve termine: i prezzi potrebbero muoversi tra la zona di supporto a 1.0750- 1.0760 e la resistenza a 1.0950. La rottura di uno di questi livelli potrebbe spingere la coppia di 150-200 punti in quella direzione.

Strategia di trading:

Apri posizioni long su EURUSD a 1.0750/60 con uno stop loss a 1.0700 e un obiettivo di profitto di 1.0870-1.0950. D’altra parte, se l’euro dovesse salire dai livelli attuali, vendi allo scoperto la coppia a 1.0950, con stop e inversione a 1.0990 e un obiettivo di profitto di 1.0770-1.0800. Se gli stop vengono raggiunti, mantieni aperte le posizioni long con uno stop loss a 1.0920 e un obiettivo di profitto a 1.1110.

Assicurati di impostare stop trailing sulle tue operazioni.

EURUSD spot - Grafico giornaliero

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